mauro bordin
pittore

118 rue de la Croix Nivert
75015 Paris
Tel 0033 (0)1 43 67 83 41

contact@mauro-bordin.com

Biografia

Opere
2005 Terre di Nessuno
2004-05 Rovine
2001-03 Hiroshima
2001 Figure
1998-2000 Paesaggi
1994-99 Stanze

Intervista su
2004-05 Rovine
2001-03 Hiroshima
2001 Figure
1998-2000 Paesaggi
1994-99 Stanze

Corsi di disegno
e pittura

Attualità

Siti da visitare

Parole sulla pittura
Intervista realizzata a Parigi il 26 e 27 febbraio 2005
Da Philippe Villaume e Pascal Bordenave
Traduzione dal francese di Lorita Addabbo

(estratti)

P. B.: Dopo “Hiroshima” sei rimasto concentrato sul tema delle rovine. Perché?
M. B.: Ho continuato il lavoro che avevo cominciato con “Hiroshima”, e ho dunque realizzato una serie di quadri su Dresda. Entrambe sono città emblematiche della follia distruttiva: Hiroshima è la prima bomba atomica, mentre Dresda che è stata bombardata dalle forze alleate nel '45, era una città d'arte, non necessariamente un obiettivo militare. In seguito, ho realizzato alcuni quadri su Varsavia, Caen, ed altre città distrutte nel corso della seconda guerra mondiale.
Dopo “Hiroshima”, avevo il desiderio di fare dei quadri dal formato “accessibile”, rappresentanti delle strade ingombre di macerie, che suggerissero un cammino attraverso le rovine, mentre “Hiroshima” ha l'ambizione di rappresentare tutto un paesaggio, a 360 gradi. In entrambi i casi, comunque, quello che mi interessa è mostrare la follia umana, il suo potere di devastazione senza limiti. Il mio lavoro di artista consiste anche nel dare forma all'assurdità e al caos.

P. B.: Cosa ti attrae nell'idea di dare una forma al caos?
M. B.: Il caos è un concetto ambivalente in cui coabitano la rappresentazione della distruzione e la possibilità di una ricostruzione, è il momento in cui la vita e la morte si ricongiungono. In esso la fine e l'inizio si confondono; nei miei quadri il caos è rappresentato dalle rovine, quindi da immagini di distruzione, ma è proprio di qui che la vita ricomincerà. Credo di mettere l'osservatore davanti ad una scelta, ha la possibiltà d'interpretare l'immagine in maniera ottimistica o meno. In questo senso l'aver posizionato in primo piano le strade è emblematico di questa scelta. Contrariamente a quanto ho fatto con la serie dei crocifissi, in queste opere, ho cercato espressamente che le immagini fossero sufficientemente ambigue da prestarsi ad una duplice interpretazione.

P. B.: Che si tratti di montagne, marine o città bombardate, tu lavori molto a partire da documenti fotografici…
M. B.: In realtà il documento fotografico è un punto di partenza, è per questo che cerco sempre di trovare fotografie in bianco e nero, in genere delle fotocopie di libri. Non uso mai immagini a colori, perché preferisco interpretare i colori in maniera personale; le fotografie servono a catturare una certa atmosfera, a porre delle linee guida nella composizione formale del quadro, nient'altro.

P. B.: Per concludere, guardando il tuo lavoro, in particolare le rovine, ho l'impressione a volte che il soggetto del quadro serva solo da “pretesto” al lavoro propriamente pittorico, che esso sparisca dietro la materia stessa del quadro. Sei d'accordo?
M. B.: Si, ma credo che questo avvenga sempre, ed è così per tutti gli artisti secondo me, perché è la pittura che fa vivere il soggetto. Il soggetto è un'idea formale, è l'interpretazione che dà valore all'opera, non l'intenzione. In questo momento lavoro molto sulla materia: creo un certo spessore sulla tela grazie a differenti strati di pittura, utilizzo molti colori, cerco il movimento, ma questo è sempre legato all'idea della stratificazione dei segni del tempo.
Dal punto di vista tecnico non so quasi mai in anticipo quale sarà il risultato, e d'altronde è questo che mi piace nella pittura: il quadro si crea giorno per giorno, momento per momento, e varia secondo gli stati d'animo.